La Filosofia - Katadoryu

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La Scuola
Il "mio" Karate

Ciò che più mi colpisce del Karate è la sua completezza in quanto Arte.
Ben poche discipline (probabilmente solo il Kung Fu) possono reggere il confronto con il bagaglio tecnico e filosofico di cui un praticante che si accosta per la prima volta a questo mondo può rimanere affascinato, e che può anelare un giorno di padroneggiare.
Vincere l’avversario è l’aspetto che accomuna tutti i metodi di autodifesa. Il Karate però va oltre, considerando ovviamente l’applicazione in combattimento come il culmine dell’azione e il trionfo della tecnica, ma anche come situazione da evitare in ogni modo possibile. La storia ci insegna che quest’arte marziale trova le sue origini nella necessità dell’uomo di disporre di un mezzo per garantire la propria sopravvivenza, uno degli istinti più primordiali. Gli stessi samurai dell’epoca medioevale giapponese, se colti durante la battaglia disarmati, avevano bisogno di una contromisura estrema, che gli permettesse di scampare alla morte certa.
Uno degli insegnamenti più importanti de "L’arte della guerra", opera scritta dal filosofo cinese Sun-tsu, che costituiva il tassello fondamentale dell’istruzione filosofica degli antichi guerrieri giapponesi, riguarda appunto la definizione di vittoria in uno scontro:

"Ottenere cento vittorie su cento battaglie non è il massimo dell’abilità: vincere il nemico senza bisogno di combattere, quello è il trionfo massimo."
Sun-tsu

Il senso di queste parole, a mio avviso, rispecchia in pieno lo spirito del Karateka.
E’ sbagliato accostarsi a quest’arte marziale con l’intento di imparare soltanto delle tecniche, non avendo la benché minima idea del sacrificio e dell’impegno che bisogna impiegare non tanto per battere un avversario, quanto per vincere sé stessi e arrivare ad avere piena coscienza delle proprie capacità.
Ciononostante, non bisogna mai farsi cogliere impreparati se ci si pongono davanti situazioni di pericolo. In questo senso, il Wado Ryu costituisce una vera e propria rivoluzione, rispetto a ciò che era stato considerato fino a quel momento il Karate tradizionale. L’importanza dell’allenamento, tecnico e fisico, viene esaltata nel senso più pratico, e la tradizione viene rivisitata per rendere quello che fino ad allora era "statico", più "dinamico" e armonioso. Questo stile, infatti, pone alla sua base l’universalità nel suo utilizzo, eliminando ogni discriminazione nella forma fisica dei suoi praticanti e l’eccessiva presenza di tecniche "da studio" ("Il Wado Ryu sta all’Aikido come lo Shoto-kan sta al Ju-Jitsu", purtroppo parole non mie).
Chiunque, anche se non dispone di forza bruta, può interpretare il Wado Ryu con estrema efficacia, a patto che, in sostituzione, venga utilizzata la tecnica e la necessaria quantità di kime. Tuttavia, allenarsi solamente non consente il conseguimento del vero scopo, nella fattispecie il Wa ("pace", "armonia"). Il maestro Otsuka ci ha lasciato questo insegnamento:

"Quando pratichi il Wado Ryu come arte marziale, non significa solo impegnarti; ma anche impegnare te stesso ad un certo modo di vivere; che include allenamento agli ostacoli della vita e trovare la via per un’esistenza ricca di significati per tutto il tempo che ti è concesso su questa terra. Attraverso questo modo di vivere potrai raggiungere il Wa e vivere la pienezza della vita. Bisogna trovare il Wa attraverso l’allenamento, una volta entrato nel Wa, tu troverai molte altre vie per crescere e migliorare il tuo modo di vivere. Ti aiuterà a migliorare in tutti i settori della tua vita."
Hironori Otsuka

Il miglioramento deve partire da dentro di noi e non deve manifestarsi solamente nella tecnica; è auspicabile che corrisponda a una profonda crescita spirituale. È proprio questa crescita interiore che rappresenta per Otsuka il raggiungimento del Wa, l’armonia perfetta tra noi e ciò che ci circonda, che permette di progredire ulteriormente nell’adempimento del proprio Do (la Via), ma non ne costituisce il fine.


Ho cominciato a praticare il Karate per puro caso. All’inizio credevo di buttarmi solamente nell’ennesimo sport, che probabilmente avrei abbandonato appena non avessi raggiunto i risultati che speravo. È per questo motivo che, tuttora, rimango stupito di quanto, invece, questa disciplina sia riuscita a coinvolgermi; di quanto mi abbia permesso di maturare e di far affermare la mia personalità. Sono sempre più convinto che l’essermi avvicinato al Karate all’inizio della mia adolescenza sia stato un bene, più di quanto lo sarebbe stato cominciare a praticarlo durante l’infanzia, quando quasi sicuramente non ne avrei compreso il significato.
Il Karate mi ha concesso l’opportunità di apprezzare la fatica e l’impegno spesi nell’allenamento, nel cercare ogni volta di raggiungere la perfezione. Mi ha reso la persona che sono, dandomi la possibilità di conoscere delle persone fantastiche, con cui condividere gli sforzi, ma anche molte soddisfazioni, e soprattutto che posso chiamare "amici". Mi ha fatto capire a fondo la differenza tra "provare" e "fare", che al di fuori delle arti marziali rimane uno dei più grandi insegnamenti che la vita possa dare.
Arrivato ormai a un passo dal conseguire la cintura nera, mi rendo conto che il cammino è ancora lungo, che la storia non è finita qui, e che migliorare me stesso deve essere sempre la parte più importante del mio Do, dentro e fuori dal dojo.
Un ringraziamento speciale va al mio maestro, che con la sua guida ha saputo indirizzare me e tanti altri non solo verso l’apprendimento della tecnica, ma soprattutto nel diventare uomini. Oss.
Giacomo Lanciano
 
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